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Scrivevo qualche tempo fa, a proposito della pittura di Oria, sull'apparente esistenza, per l'artista, d'un doppio canale inventivo. E, mediante qualche tentativo di decodificazione di certe opere, forse le più riuscite, come in genere le "nature morte" mi veniva certamente da considerare, mi dichiaravo convinto del fatto che proprio dall'osservazione del vero e grazie all'utilizzo della citazione la pittrice traesse la linfa energetica essenziale per la sua inventiva.
Fin dagli esordi, insomma, Oria aveva coscientemente tracciato il proprio spazio creativo.
Da una parte l'irrinunciabile richiamo per la fisicità del reale con le sue presenze quotidiane da trasferire sulla tela, dall'altra la fascinosa attrazione per l'antico, grande dispensatore  di forme e modelli pittorici.
E dunque oggi, di fronte alle opere più recenti di Oria, esprimo un pensiero di apprezzamento per la sua ricerca di buona pittura, inesausta anche nelle odierne immagini, così evidentemente, e non proprio a caso, nutrite di valori iconici.
Una pittura, nelle intenzioni dell'artista, destinata ad essere attraente, e che si avvale quindi di espedienti tecnici, di nascosti processi esecutivi studiati e preparati dall'autrice, come insegna la migliore tradizione della prassi decorativa.
Gli affreschi murali trattati a frammento, non diversamente dalle icone pennellate su vecchie tavole d'oro scolorato e logoro, costituiscono però anche, per Oria, ideali mezzi d'espressione.
Ed ecco allora che su questi fondali così speciali, gli oggetti, le cose, perfino certe figure, tutti sottratti al variare dell'atmosfera naturale, vivono per loro segrete virtù.
Mostrandosi infine a noi, come Oria vuole, nella suggestiva dimensione dell'incanto.

                                                                                    ORLANDO PIRACCINI